Riporto con piacere l’intervista al duo di Quiet Ensemble rilasciata a Electronique. Enjoy!

 

Qual è stata l’ esigenza ha dato vita al progetto Quiet Ensemble, quali gli obiettivi e la vostra formazione tecnico/culturale?



Più che un esigenza, è stato  un istinto, una ricerca indirizzata verso elementi che rappresentano motivo di curiosità e di stimolo creativo-vitale. L’obiettivo a cui puntiamo è la possibilità di creare, di sperimentare e di immergerci in quegli universi che ci rappresentano il più possibile.

Quali sono le vostre esperienze individuali confluite nell’ideazione e nella realizzazione comune del progetto Quiet Ensemble ?

Bernardo ha frequentato il liceo artistico di via Ripetta a Roma, poi ha ottenuto un bachelor degree alla Akademi For Scenekunst (arti della scena) in Norvegia, successivamente ha lavorato per due anni come light designer e tecnico luci a Copenhagen.
Fabio ha iniziato la sua sperimentazione con la video arte e con l’editing digitale, laureandosi poi in Arti e tecniche dello spettacolo digitale presso “La Sapienza” in Roma.

Il rapporto con la natura è un elemento fondante nelle vostre performance, cosa cercate di mettere a nudo nei vostri lavori, e quale il messaggio che dobbiamo intendere dai vostri esperimenti?



Quando abbiamo accennato ad un “istinto” ci riferivamo a quell’istinto vitale che trova le sue radici nella esigenza innata di conoscere tutto ciò che ci circonda. Pensiamo sia fondamentale sottolineare la fascinazione di quegli elementi che continuamente abbiamo sotto gli occhi e che ogni giorno vediamo, ma senza rendercene conto e senza prestare attenzione alla forza e alla bellezza di quegli eventi ignorati per mancanza d’attenzione verso le piccole cose.
Solo ponendo l’attenzione giusta verso il mondo esterno possiamo riuscire a comprendere ciò che ci circonda.

Quali i limiti (qualora ve ne siano) in un paese come l’Italia nel recepire ed interpretare il messaggio che intendete divulgare?

L’Italia e molte realtà italiane sono pronte a recepire e lasciarsi prendere dalla nostra poetica, il limite comunque c’è ed è prevalentemente, se non esclusivamente quello economico.
Il settore della ricerca artistica soffre infatti in Italia di una cronica mancanza di risorse, e può progredire solo con gli enormi sacrifici personali di chi si dedica con passione a questa attività.
La tendenza ad uscire dalla penisola, per maturare esperienze più favorevoli in altre realtà estere, ci spinge dunque, anche per poter realizzare confronti e sperimentazioni non condizionati da questi limiti penalizzanti, a non limitare la nostra ricerca e la nostra attività in ambito nazionale. Siamo comunque fiduciosi…

 

Qual è stata l’ esigenza ha dato vita al progetto Quiet Ensemble, quali gli obiettivi e la vostra formazione tecnico/culturale?



Più che un esigenza, è stato  un istinto, una ricerca indirizzata verso elementi che rappresentano motivo di curiosità e di stimolo creativo-vitale. L’obiettivo a cui puntiamo è la possibilità di creare, di sperimentare e di immergerci in quegli universi che ci rappresentano il più possibile.

Quali sono le vostre esperienze individuali confluite nell’ideazione e nella realizzazione comune del progetto Quiet Ensemble ?

Bernardo ha frequentato il liceo artistico di via Ripetta a Roma, poi ha ottenuto un bachelor degree alla Akademi For Scenekunst (arti della scena) in Norvegia, successivamente ha lavorato per due anni come light designer e tecnico luci a Copenhagen.
Fabio ha iniziato la sua sperimentazione con la video arte e con l’editing digitale, laureandosi poi in Arti e tecniche dello spettacolo digitale presso “La Sapienza” in Roma.

Il rapporto con la natura è un elemento fondante nelle vostre performance, cosa cercate di mettere a nudo nei vostri lavori, e quale il messaggio che dobbiamo intendere dai vostri esperimenti?



Quando abbiamo accennato ad un “istinto” ci riferivamo a quell’istinto vitale che trova le sue radici nella esigenza innata di conoscere tutto ciò che ci circonda. Pensiamo sia fondamentale sottolineare la fascinazione di quegli elementi che continuamente abbiamo sotto gli occhi e che ogni giorno vediamo, ma senza rendercene conto e senza prestare attenzione alla forza e alla bellezza di quegli eventi ignorati per mancanza d’attenzione verso le piccole cose.
Solo ponendo l’attenzione giusta verso il mondo esterno possiamo riuscire a comprendere ciò che ci circonda.

Quali i limiti (qualora ve ne siano) in un paese come l’Italia nel recepire ed interpretare il messaggio che intendete divulgare?

L’Italia e molte realtà italiane sono pronte a recepire e lasciarsi prendere dalla nostra poetica, il limite comunque c’è ed è prevalentemente, se non esclusivamente quello economico.
Il settore della ricerca artistica soffre infatti in Italia di una cronica mancanza di risorse, e può progredire solo con gli enormi sacrifici personali di chi si dedica con passione a questa attività.
La tendenza ad uscire dalla penisola, per maturare esperienze più favorevoli in altre realtà estere, ci spinge dunque, anche per poter realizzare confronti e sperimentazioni non condizionati da questi limiti penalizzanti, a non limitare la nostra ricerca e la nostra attività in ambito nazionale. Siamo comunque fiduciosi…

 





Sarete ospiti del Dancity Festival il prossimo luglio e so che state preparando una nuova performance da presentare proprio in questa occasione, di cosa si tratta, e cosa dovranno aspettarsi gli avventori del Festival?

Il Dancity è un evento molto interessante e siamo molto felici di poterne far parte. Nell’occasione presenteremo Natura Morta, un concerto nel quale gli strumenti utilizzati saranno dei frutti, che, veicolando l’energia elettrica che li attraversa, producono sonorità “nascoste” che mettiamo in evidenza mediante conversione del segnale, a sua volta modulato dal contatto fisico tra i frutti ed i “performers” che prendono parte al concerto.

 

Qual è il vostro rapporto con la musica elettronica? Credete in un risultato che possa anche definirsi “estetico”, o il vostro interesse si ferma alla funzione?

L’armonia è il goffo tentativo dell’umanità di mettere ordine nel caos naturale delle cose.
La godibilità delle nostre opere varia in funzione del tipo di idea che ispira di volta in volta la nostra ricerca, nella quale assumono una posizione centrale la genuinità delle strutture sonore svelate e il rispetto verso l’autonomia della natura.
Il risultato estetico non viene forzato o condizionato, ma costituisce il naturale effetto della struttura “nascosta” di quel segmento di realtà che di volta in volta costituisce l’oggetto della nostra ricerca e della nostra attenzione…

Così, mentre in Allegoria il suono puro dei muscoli distrugge drammaticamente la bellezza e sacralità della musica classica, In Natura Morta invece abbiamo un’equivalenza tra l’estetica musicale e la funzione, considerando che gli effetti della mera amplificazione delle micro-sonorità generate nei frutti da fenomeni naturali, non vengono mediati da alcuna sovrastruttura musicale.


Di quante e quali professionalità dovete circondarvi/avvalervi per poter progettare e realizzare i vostri lavori? C’è sufficiente coinvolgimento dalle parti chiamate in causa?

Lavoriamo in maniera collaborativa a tutti gli effetti, riteniamo che la collaborazione e la condivisione rappresentino una parte fondamentale per la riuscita di un buon lavoro. Il tipo di supporto esterno al collettivo varia da progetto a progetto.
Attualmente  ci stiamo avvalendo di un team di ragazzi capaci e interessati attivamente alla ricerca che stiamo portando avanti.

Tra le varie performance prodotte, Allegoria è il lavoro che richiede il numero più alto di collaboratori; per la sua realizzazione hanno collaborato: Marco Cinquegrana come programmatore, Franz Rosati e Fabio Sestili per il sound design e tecnica del suono, il Quartetto Berio come quartetto d’archi e Daniele Mazzei (dell’Interdepartmental research center “E.Piaggio”) come consulente scientifico.
Ognuno dei collaboratori (tecnico o artista) possiede e ha sviluppato competenze molto specifiche nel suo campo, e così, attraverso una collaborazione trasversale, otteniamo risultati che a volte sono del tutto sorprendenti e inattesi.

 

Da qualche tempo c’è un nuovo luogo a Roma, che sta impegnandosi per dar vita ad una nuova realtà socioculturale: Il Pagliaio.
Potete parlarci di questo luogo descrivendocene le attività, la storia e le possibilità che è pronto ad offrire?



Il Pagliaio è un ex fienile dismesso attualmente utilizzato come luogo di creazione e di aggregazione artistica.
Già negli anni settanta un gruppo di ragazzi prese in gestione il complesso in disuso, trasformandolo in una struttura teatrale, che però dopo qualche anno cessò l’attività.
Diverso tempo dopo, Quiet ensemble, insieme ad altri ragazzi (Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi e Nicoletta Grasso), ha cominciato a ristrutturarlo e renderlo agibile quanto basta per organizzare un nucleo di condivisione delle arti contemporanee.

Il Pagliaio nasce dunque come luogo di ricerca e creazione delle arti contemporanee, quali performing art, teatro, site specific, musica, video ed installazioni.
E’ un luogo che ambisce alla costruzione di una rete di conoscenze con persone e gruppi di giovani artisti di ogni nazionalità che necessitino di uno spazio per la creazione. 
Il progetto si concretizza specialmente nella programmazione di numerosi laboratori formativi su software, hardware e pratiche performative.
A conclusione di ogni laboratorio viene solitamente organizzato un evento, cercando soprattutto di ospitare progetti di giovani artisti che utilizzano in modo creativo le  tecniche apprese e discusse nei vari corsi.

Il progetto riesce a trovare sostegno dalle istituzioni cittadine? In che maniera pensate che questo tipo di eventi/laboratori possa portare un vantaggio al territorio?

Il progetto Pagliaio è totalmente autofinanziato. Stiamo cercando di farci conoscere dalle varie istituzioni della città, ma è molto difficile condividere un progetto sperimentale in un luogo come Roma, in cui è la tradizione a porsi abitualmente al centro dell’attenzione.
Attraverso l’aiuto di un‘associazione romana, “Lyras”, stiamo comunque riuscendo a valorizzare l’attenzione delle istituzioni cittadine.

Potete anticiparci qualcosa su prossimi eventi, progetti e varie ancora?

Per la prossima estate abbiamo in programma diversi appuntamenti nel corso dei quali avremo occasione di presentare le nostre nuove produzioni “Allegoria” e “Natura morta”.

Stiamo anche lavorando alla ideazione di altri progetti ma sono ancora in fase embrionale..
Intanto veniteci a trovare al Node festival a Modena, al MIT di Roma, al Dancity di Foligno o al festival Flussi di Avellino, vi aspettiamo!