Una delle prime accese discussioni intraprese nei circuiti di software art nei primi anni 2000 ha riguardato la pervasività del software nella vita quotidiana, a quel tempo già percepibile nelle trasformazioni quotidiane del mondo. Questo libro scritto da Martin Dodge e Rob Kitchin, nasce e fiorisce da un simile punto di partenza, indagando in profondità il rapporto fondamentale tra il codice e come esso produca, crei e condizioni

lo spazio (fisico o non fisico). Lo spazio (o meglio lo “spazio codificato”) è l’elemento centrale, inteso come lo spazio che viene permeato (se non impregnato) dall’esecuzione di codice o quello comunque relativo ad esso. Il codice è scritto per produrre spazio – che si può allungare all’infinito con il pensiero che quasi tutto alla fine sarà permeato da un software, in modo visibile o invisibile. Nel libro molteplici aspetti del software si dispiegano uno dopo l’altro, analizzandolo in termini di capacità di strutturare, attivare, generare, descrivere e così via. La velocità dei processi di riconfiguzione dello spazio dimostra anche la loro inclinazione ad implicare rapidi cambiamenti, fragilità e potenziali perturbazioni. Infine la “trasduzione dello spazio” è un concetto fondamentale qui, che descrive come il codice “trasduce vita quotidiana, modulando alternativamente le relazioni socio-spaziali.” Le conseguenze non sono ancora visibili nelle strade, ma sono comunque di grande portata e gli autori non sovrastimano i fatti, quando dicono che “oggi il codice condiziona l’esistenza in Occidente.” A seguito di questo vi è una spinta verso l’apprendimento del codice, o – forse ancora più importante – alla capacità di interpretarne i processi.

via Neural